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25 giugno 2009

New Jersey sul naviglio

Come in un dépliant. Villette con giardino, cane e tosaerba. In casa, i desideri perduti di una generazione


Giulia Calligaro

Procedendo lungo il Naviglio sulla via Vigevanese, dove Milano diventa Corsico, poi Trezzano, Gaggiano, Vermezzo, Vigano, Bubbiano e molti altri nomi da perderne il conto, d’un tratto l’orizzonte sorprende per la quantità di cielo che abbraccia prima di chiudersi sui tetti delle basse case a schiera che costeggiano la strada. Portano da queste parti, dentro il grande emiciclo del Parco agricolo sud, gli inviti immobiliari che promettono, nel colmo dell’ansia metropolitana, “la casa dei sogni immersa nel verde a poca distanza dalla città”.
Una specie di New Jersey a portata di Naviglio, giri la rotonda e trovi un mondo a misura d’uomo. Ma è proprio così? Giorgio Falco, scrittore milanese che ha trascorso gran parte dei suoi 42 anni esplorando le vie tra la tangenziale Ovest e la statale 494, coordinate fondamentali per i cittadini di questi “suburbi” verdi, risponde con un romanzo fulminante, L’ubicazione del bene (Einaudi stile libero). Con la sua guida, iniziamo dunque il tour in quest’area rurale che in vent’anni, ispirata dal sogno americano dello “sprawl” urbano (letteralmente “stiracchiamento”) ha visto fiorire paesi come villaggi turistici.

Sogno all’italiana.
«Ecco la tipica situazione del suburbio» spiega Falco. «Da un lato i campi e il borgo ameno con le casette, dall’altro i capannoni industriali». La scriminatura è la strada che riporta in città, almeno due volte al giorno costipata di automobili, bene indispensabile da queste parti. Per sintetizzare il continuo replicarsi dei piccoli nuclei urbanizzati, nel libro Falco ha inventato un’emblematica Cortesforza: una città senza storia, fatta di cancelletti bianchi intorno a villette a schiera, giardini dove rombano i tosaerba giapponesi e porte-finestre che si affacciano su un’idea di vita che pare il prolungamento di una pubblicità immobiliare. Qui, nel breve giro di pochi numeri civici, racchiude i sogni infranti della generazione tra 30 e i 45 anni. «Che cosa non funziona?» chiediamo all’autore arrivando a Bettola di Calvignasco, frazione di Bubbiano. «È come se ci fosse una mappa prestabilita: il matrimonio, il mutuo per la casa, i figli e quindi il verde» risponde. «Si applicano i valori della generazione che ci ha preceduto a un presente in cui non attecchiscono più come valori, ma solo come beni da acquisire». Davanti a noi trionfano minipalazzine con i giochi dei bambini sul terrazzo. Sullo sfondo dei campi di mais, i camion.

L’ubicazione del bene. L’idea si chiarisce arrivando a Caselle di Morimondo. Dalla strada sterrata che costeggia un tratto di Naviglio, tre sagome in bicicletta in costume da bagno ci vengono incontro. Poco più in là, ci pare di vedere un paese, ma senza il paese dentro: un parco giochi per bambini vuoto. Qualche irrigatore spruzza sull’erba tagliata, c’è un cane in ogni giardino. Perché la casa diventa tutto il “bene” possibile? Interroghiamo ancora Giorgio Falco. «Se per acquistarla mi devo indebitare per trent’anni, finisce per coincidere con la vita stessa» risponde. «Per questo poi ogni fallimento travolge tutto». Nell’Ubicazione del bene commuove come falliscono i protagonisti: sposi che non vedono la realtà del matrimonio senza le foto dell’album, la casa agognata divorata dai tarli, le pulci che sfregiano il desiderio di un animale domestico. Per gli esclusi dall’omologazione c’è l’isolamento o la follia. «Percepisco un grande senso di smarrimento » continua Falco «un agitarsi a vuoto: mancano prospettive e ogni cosa è vissuta in virtù del fatto che porterà da un’altra parte: una vita a rate, futures di una felicità sempre a venire. In mancanza del Bene, prendono il sopravvento i beni».

La vacanza a pochi passi dalla città. A Castelletto di Abbiategrasso capiamo perché Giorgio Falco ami la parola “laterale”: un plastico, come quelli che mostra l’agente immobiliare per rendere l’idea della costruzione finale, è lì davanti a noi in formato reale, una “soluzione residenziale” per varie decine di famiglie che a brevissimo riempiranno i volumi rosa del fabbricato di ombrelloni e barbecue. «Con il mio libro sono partito dai lati, dai bordi per parlare del centro: i suburbi sono i tipici luoghi dell’adesso. I luoghi della giovinezza, della leggerezza» commenta la nostra guida. Incalziamo: che differenza fa restare in città? «È solo un “prodotto” diverso, ma qui le contraddizioni e i fallimenti sono più evidenti. In America, dove questo modello impera da un secolo, direbbero: si può sempre ricominciare. Ma è vero? E, soprattutto, è vero anche da noi?”.

Topografia umana. La topografia umana corrispondente ai suburbi, come nel romanzo di Falco, ci lascia immaginare una certa uniformità di reddito, un’intonazione di ideali, la condivisione del medesimo ombrello protettivo del decoro e del buon senso. Così a Bubbiano c’è il grande Golf club ambrosiano, a Vermezzo, dove arriverà addirittura la metropolitana, per ora è arrivato un sexy shop ed è stato costruito un piccolo laghetto artificiale, un mini-idroscalo per la pesca sportiva e per alleviare la calura. Eppure, mentre ci allontaniamo e riprendiamo l’orizzonte dei grattacieli, ci resta il sospetto che tutto quello che abbiamo visto sia solo un grande trompel’oeil che potrebbe calare come un sipario e lasciare di nuovo spazio alla campagna e al vuoto. «Il vuoto non è il nulla» conclude Falco. «Siamo noi che lo percepiamo come un’interruzione del paesaggio o della vita. Dentro il vuoto c’è un’idea: ecco a me interessa questo tipo di dolore». E scende dall’auto per riprendere la sua strada, come chi ha scavato a mani nude per cercare il suo “qui sto bene”.

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